IL DESTINO DELL’ EROE MODERNO

“Il fascino della poesia è nelle cose non dette” scriveva Mallarmè enunciando uno dei principi fondamentali del Simbolismo in campo letterario. L’arcano mistero dell’assenza, la bellezza di ciò che resta nascosto, che è sottratto o che semplicemente si percepisce come mancante non è sfuggito alla sensibilità di artisti del passato e del presente.

Nel settembre del 1902 il poeta Rilke visitando lo studio di Rodin rimase incantato da tutti quei frammenti di braccia, gambe e torsi che lo affollavano; erano lacerti, brandelli, eppure il poeta vi scorse un senso di totalità e di unità così forte da non aver bisogno di alcun completamento. Dobbiamo dunque credere alla leggenda, raccontata dal mercante Ambroise Vollard nella sua autobiografia, che ci descrive un Rodin infiammato dall’ispirazione nell’atto di decapitare statue e gessi a colpi di sciabola per ridurle allo stato di frammenti, se con “L’uomo che cammina”, una figura senza braccia né testa, ma proprio per questo focalizzata sul puro atto del camminare, l’artista parigino scandalizzò il mondo accademico abituato a rappresentare il corpo in maniera integrale. A queste “mutilazioni”, nell’atelier di Rodin dovette assistere anche Costantin Brancusi se le sue prime sculture significative furono proprio teste senza collo appoggiate direttamente sul basamento.

La “poetica del frammento” approda ai lidi contemporanei con lo scultore polacco Igor Mitoraj, Il repertorio iconografico della classicità greca e romana anima i suoi corpi ideali modellati nel marmo e nel bronzo con proporzioni perfette; ma i suoi sono dei ed eroi spezzati, mutilati, velati, che rivelano proprio in ciò che è loro sottratto una silenziosa e segreta armonia, la loro assoluta bellezza. L’osservatore tuttavia non resiste alla tentazione di proseguire con l’immaginazione i contorni di un profilo interrotto o di visualizzare due occhi che la materia non rivela.

La scultura di Michele Balestra cerca invece di restituire al frammento la sua piena autonomia etica ed estetica perché non rappresenta il reperto di una gloriosa civiltà a cui affida il potere di rievocare, in un gioco di illusioni, lo splendore di quando Atlantide era ancora viva. Il frammento di Balestra abbandona la nostalgia e l’illusione di essere strumento per ricomporre il “tutto” perché a dividerlo dal vuoto non è una linea di rottura violenta o dolorosamente corrosa. Le sue figure non appaiono spezzate, fatte a brandelli da una sia pure incruenta “autopsia”: i suoi eroi nascono così, naturalmente incompleti, portatori di una ferita originaria dai contorni morbidi e armoniosi che trova in ciò che è mancante il suo necessario completamento.

Non c’è nessuna ambiguità nei frammenti di Balestra che ci induca per un attimo a considerarli reperti archeologici, membra disperse e frantumate da chissà quale apocalisse e sopravvissute al logorio del tempo. Sono figure che nascono nel presente per rappresentare, con le sue luci e le sue ombre, la fragile condizione dell’uomo contemporaneo alla disperata ricerca della propria identità andata in frantumi e della riaffermazione di un’irripetibile e straordinaria individualità.

L’alchimia di Balestra è proprio quella di sintetizzare nei suoi volti così fieri, eppure così fragili nella loro disperata bellezza, la magia dell’incontro tra vita attiva e vita contemplativa, spirituale e materiale, tra l’anima e il mondo. Balestra affida così alla sequenza di “Ashes to ashes” il compito di rendere tangibile l’afflato cosmico che attraversa le sue creature incompiute. La materia muta continuamente, si propaga e si ritira, rivelando ogni volta aspetti e momenti diversi dello stesso Uomo: ora balugina lo sguardo, ora appare la bocca, ora il vuoto risucchia il volto quasi per intero; piano piano i tasselli sembrano avvicinarsi e comporsi nell’immagine completa.
Ma l’unità è solo un attimo impossibile da prolungare perché ricomincia il gioco eterno e universale della ricerca dell’umana perfezione.

“Polvere sei e polvere ritornerai” non rappresenta soltanto il ciclo ineluttabile della vita e della morte, ma soprattutto descrive la parabola dell’alba e del tramonto, del viaggio dell’uomo nei meandri dell’io, nel tentativo di auto liberarsi riaggregando la propria identità per raggiungere la conquista più alta e preziosa: la rifondazione della persona e la rivendicazione della dignità del proprio posto nel mondo.

“La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di arrivare a sé stesso”: queste le parole che Hermann Hesse fa pronunciare a Demian, protagonista dell’omonimo romanzo. Anche Balestra ha modellato nel bronzo il suo “Demian” un volto a metà, embrione di un “Io” ancora scisso, vivificato dall’anelito di ricerca della consapevolezza di sé. Ricorrono del resto, tra i titoli delle opere, i personaggi di Hesse: Siddartha che si abbandona alla contemplazione volgendo lo sguardo verso il cielo, “Boccadoro”, “Il lupo della steppa” dal volto scomposto in frammenti ordinati che si avvicinano e si respingono senza riuscire a riconoscersi.

Non è dunque inopportuno usare le parole dello stesso Hesse per giungere al cuore della poetica dello scultore bergamasco : “Chi è dotato di sentimento obbedisce a un’altra legge, a un’unica legge assolutamente sacra che trova in sè stesso, il “senso dell’individuale” (…) Eroico può essere soltanto il singolo che dal suo sentimento individuale, della sua nobile e naturale individualità ha fatto il proprio destino”.

Quando non si traduce nell’immagine di queste anime sospese sul filo che divide presente e passato, spirito e materia, vita e universo, la rifondazione dell’uomo, che è il leitmotiv della ricerca di Balestra, è catturata da un gioco di specchi che restituisce ossessivamente la stessa fisionomia. L’opera “alienazione” assume così l’aspetto di un enigma tutto contemporaneo che suggerisce di cercare proprio nell’assenza, con un salto nel buio dell’unica casella ancora vuota, il segreto della propria unicità.

La cultura orientale e la forma classica si uniscono dunque a fare di queste sculture le icone di una ricerca interiore. Una significativa leggenda, appresa dallo scultore in uno dei suoi viaggi in Cina, narra di come in origine l’uomo fosse nato portando in sé la divinità. Gli Dei tuttavia si pentirono presto di aver concesso agli uomini tanto potere e decisero di sottrarglielo per poi nasconderlo in un luogo che sarebbe rimasto inaccessibile in eterno. Ci fu chi propose di celarlo sulla montagna più alta, chi invece avrebbe voluto abbandonarlo alle tenebre degli abissi marini. Ma il pericolo che l’uomo, magari secoli più tardi, sarebbe riuscito a riappropriarsi di nuovo della propria divinità, tormentava gli Dei. Essi decisero allora di nasconderla nell’unico posto in cui l’uomo non sarebbe mai riuscito nella sua impresa e cioè all’interno dell’uomo stesso.

I frammenti di Balestra narrano così di un’incessante scavo interiore ala ricerca dell’archetipo che ricolleghi l’uomo alle origini di sé; una palingenesi che piano piano dissolve i contorni della persona nell’anima del mondo. Di qui l’incomparabile grandiosità della testa di “Lucius Quinctius Cincinnatus” che comunica la serenità di una ritrovata certezza: i tendini del collo si allungano, il mento si solleva, le labbra si distendono e qui, dove la materia cede il passo allo spirito e i sensi all’immaginazione, si ha la sensazione di veder giganteggiare uno sguardo nobile e saggio all’orizzonte di un’anima che si libra al di là della nostra testa e della nostra pelle, al di là dei confini dell’”io”.

Come i kouros della Grecia antica questi bronzi rappresentano allo stesso tempo un Dio e un monumento all’uomo. Non crede Balestra alla “morte degli Dei” che si vogliono eclissati nei secoli bui del Medioevo e restituire loro la forma classica significa reintegrarli nella loro bellezza originaria per attingere alla memoria storica di cui sono depositari.

In un’epoca in cui il “significante” sembra aver perduto la battaglia con il “significato”, in cui sulla tela come nella scultura alle certezze della rappresentazione naturalistica si è sostituito lo scandaglio dell’energia, delle emozioni, dei guizzi del pensiero, il nostro scultore decide di adottare il linguaggio classico per esprimere una crisi tutta contemporanea. Una scelta che non sottintende il tentativo di fuggire dal presente per rifugiarsi in un glorioso passato. Come gli dei non sono morti soltanto perché è stata loro sottratta la forma classica, come sostenne Jean Seznec ne la “Sopravvivenza degli antichi Dei”, uno dei classici della cultura artistica, così il percorso di ogni espressione comunicativa è ciclico, ogni linguaggio si ripete e nel momento in cui si manifesta già prefigura quello successivo.

Affidarsi all’immagine classica significa dunque per Balestra riaffermare il valore della bellezza nella convinzione che l’appagamento estetico sia essenziale al benessere dell’anima (Plotino stesso diceva che “l’anima è sempre un’Afrodite”) e debba guidare le nostre scelte. La bellezza che pure oggi se non è negata finisce per essere identificata con ciò che è grazioso e piacevole, ma privo di spessore intellettuale.

Muovendo abilmente le dita sulla creta Balestra dialoga quindi con la classicità, modellando profili regolari e corpi plastici con una notevole padronanza delle misure e delle proporzioni. Non è difficile risalire ai suoi modelli: il frammento di Rodin, la plasticità Michelangiolesca, il nudo elegante e scattante del Perso di Cellini. Non ha mancato dunque lo scultore il più sentito dei suoi maestri con l’imponente busto di “Cincinantus”. Il “Cosimo I” scolpito dal Cellini prende il volto dello statista romano così pieno di dignità nella sua doppia natura di contadino e guerriero. Sulla sua armatura i simboli del potere lasciano il posto a racconto, attinto ancora una volta alla tradizione orientale, della perla della saggezza creata e custodita dal drago e dalla fenice.

Un’ultima osservazione sul materiale prediletto da Balestra, il bronzo. Lungi dal voler creare effetti monumentali il bronzo è preferito per il suo fascino antico, per la sua docilità nel seguire e catturare le luci e le ombre e per la capacità di unire gravità e leggerezza. Osservati da prospettive diverse o collocati ad altezze diverse i bronzi di Balestra appaiono sospesi in una dimensione senza spazio e senza tempo e comunicano sensazioni diverse. Lo stesso busto di Cincinnato è insieme il ritratto di un altero uomo politico, l’espressione appagata della saggezza raggiunta, il profilo di un grande statista, il poetico frammento di un uomo qualunque che è diventato eroe perché ha ritrovato sé stesso.

Lontano dagli dei distanti e capricciosi di Poussin, Lorrain o Puvis de Chavanne, le figure mitologiche di Balestra si insinuano silenziosamente nel quotidiano per riportare armonia tra l’uomo e il suo destino. Ammirandoli nella penombra di una stanza o nella sala di un museo più che alla luce abbagliante di una piazza si avverte nei loro sguardi “assenti” il fascino indistinto di una moderna teogonia.

(Barbara Mazzoleni)